Un aspetto fondamentale della facoltà immaginativa è l’evocazione di forme/simbolo a uso terapeutico.

Per James Dow “la medicina simbolica si avvale della tendenza propria del mondo mitico a contenere simboli capaci di avvicinare il sistema sociale al Sé del paziente. Il guaritore attinge al mondo mitico specifico della sua cultura, ne seleziona una trama particolare e simbolica (simboli transazionali) e vi associa le emozioni del sofferente […]. Manipolando direttamente questi simboli lo specialista terapeutico agisce sulle emozioni dell’ammalato, che a loro volta destano quei processi psicologici e fisiologici in grado di alterare le dinamiche del sé e le reazioni del sistema somatico”.

In uno studio sulla medicina Angbandi, Gilles Bibeau sostiene che “l’attività simbolica è determinante per mobilitare gli stati emozionali ai quali il cervello reagirebbe per stimolare i processi neuroendocrini che inducono modificazioni fisiologiche nell’organismo […]. L’efficacia dei trattamenti rituali degli Angbandi si spiega dunque come un’attivazione di meccanismi endogeni in grado di rinforzare il processo di auto-guarigione iniziato dal corpo”. L’inconscio parla e reagisce con immagini e la percezione di queste ultime è una prerogativa dell’emisfero destro. L’immagine mentale è talmente efficace che le aree cerebrali che si attivano facendo un movimento reagiscono nello stesso modo anche quando ci limitiamo a immaginare quell’azione: una verità questa nota agli sciamani che facendo ricorso, nella “teatralità” rituale, alla suggestione5 destano quei meccanismi endogeni che presiedono all’auto-guarigione del malato.

L’immagine-azione è esperienza e l’esperienza è la causa del mondo, lo strumento attraverso il quale realizziamo la nostra proiezione del reale. Ugualmente l’animo umano, la coscienza di sé, si organizza strutturalmente e accresce attraverso un processo di identificazione con le nostre rappresentazioni del reale. Il pensiero razionale, sperimentale, si polarizza sull’oggettività del reale; il pensiero analogico/intuitivo si polarizza sulla soggettivazione del reale, sulla proiezione identificativa, sul simbolo. La conoscenza totale del simbolo, la sua proprietà di trascendere forme e significati, e l’immaginazione, la capacità di congiungere differenti qualità ed esperienze in un’unica realtà, rappresentano due delle qualità tipiche dell’emisfero destro. In questa regione tutto è ancora pienamente manifesto e indifferenziato: il Tutto e il Nulla, il vuoto potenziale, coincidono. Entrambi mancanti di margini e confini, per l’emisfero sinistro sono inconcepibili, esistono solo come semplici parole. L’inconscio (il non definibile a parole, il non-misurabile) comunica con noi per mezzo di immagini simboliche. Le immagini portano, al pari dei sogni, dei messaggi con la differenza che si possono evocare quando si vuole. Lasciare emergere immagini significa anche arricchirsi di informazioni preziose.

Ogni immagine ha un significato. Ad esempio, il fuoco può voler dire calore, passione, purificazione; l’acqua può significare la madre, il nutrimento, la comprensione ecc. Ma nessun significato è statico e definitivo: occorre capire che ogni immagine è una realtà vivente che palpita, si modifica e, intelligente, può interagire con noi. Le immagini integrano e aiutano a far crescere e a far maturare la nostra esistenza. Per questo è necessario farle emergere con la loro funzionalità di guida e carica rigenerante. Ciascuno può trovare in sé questo tipo di immagini-guida che ci permettono di collegarci con quella parte di noi stessi che è molto più saggia del nostro livello di coscienza ordinario; quella parte di noi che è la fonte di intuizioni, ispirazioni creative, illuminazioni, impulsi morali, estasi; quella parte di noi più saggia, più libera, più fiorente e creativa.

Tipica immagine che riflette e incarna questo livello inconscio è quella del vecchio saggio, figura che rappresenta l’uomo completo che tutto comprende e conosce e che possiede la vera forza, unita alla calma e alla serena profondità d’animo. Possiamo quindi usare le immagini per creare un progetto di noi stessi e per diventare veramente artefici del nostro destino; nessuna immagine è neutra ma ha un potere motore: cioè la tendenza a stimolare l’organismo a trasformarla in realtà.

La scienza dello yoga ci insegna che noi non percepiamo il mondo in maniera diretta e oggettiva, ma ci costruiamo un modello soggettivo con il quale ci aiutiamo a decifrare l’universo circostante; creiamo il mondo dentro di noi, e i nostri atteggiamenti e comportamenti dipendono molto più da questa costruzione psichica che dalle entità e dagli eventi esterni. Questa visione è di fondamentale importanza per chi intraprenda un cammino verso la comprensione e la trasformazione di sé: se non possiamo cambiare il mondo esterno, possiamo di certo cambiare il mondo dentro di noi. Di fatto noi non fotografiamo il mondo ma lo interpretiamo. Non esiste un mondo che si possa percepire in una maniera soltanto: la nostra è una delle possibili modalità, magari più consistente di altre, ma è sempre una modalità soggettiva, una percezione particolare che esclude molti elementi e quelle parti che non sono in immediata risonanza con noi. Ad esempio, ricerche e studi approfonditi sul tatto e sulla visione dei colori dimostrano che la percezione dei colori varia enormemente da persona e persona; e ugualmente accade per i sapori, per il dolore, per il caldo e il freddo e, in genere, per tutte le altre percezioni. La variazione da persona a persona avviene anche nel modo in cui le percezioni sono trasmesse attraverso il sistema nervoso: e varia poi, da individuo a individuo, anche l’organo che interpreta e sintetizza tutti i dati, il cervello.

Consapevoli di questo, possiamo riappropriarci della prerogativa di scelta: infatti, come abbiamo creato un’intera realtà senza renderci conto di essere stati noi stessi a crearla, così, nel momento in cui ci assumiamo la responsabilità di questo atto, riprendiamo il possesso di una facoltà che è nostra, essendoci liberati dall’ineluttabilità di un destino estraneo e inesorabile. Di conseguenza, tutto ciò che ci circonda ci diventa più familiare e amico, essendo una proiezione/realizzazione/materializzazione consapevole e voluta della creatività interiore della nostra anima.

“La tecnica biopranica è una pratica naturale che, per mezzo dell’apposizione delle mani, si propone di armonizzare lo stato di equilibrio (cioè la funzionalità dell’omeostasi) e di benessere bio-naturale dei sistemi viventi”.